giovedì 27 ottobre 2011

Benedetto, oggi pellegrino ad Assisi per la pace

“Lo scopo è mostrare al mondo che esiste un’altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che appunto non sia il negoziato oppure il compromesso politico, ma venga invece dalla preghiera, seppure da parte di persone che professano diverse religioni."  
(Il Beato Giovanni Paolo II la domenica mattina del 27 ottobre davanti a tutti i 62 rappresentanti delle religioni nel mondo riuniti nella Basilica di Santa Maria degli Angeli)





Per celebrare questo importante (ed assolutamente rivoluzionario!) incontro che oggi si tiene ad Assisi, ci piace ricordare un'altra straordinaria lezione di pace e di diplomazia internazionale, che proprio il nostro Serafico Francesco ha dato a suo tempo in Terrasanta, e che forse ha ispirato Giovanni Paolo II a scegliere la sua Umbria come terreno di giustizia, di accoglienza e di pace per tutti i popoli.

 






Nell’ agosto 1219 San Francesco parte per la Terra Santa. Giunto a Damietta (un porto, in Egitto, che si affaccia sul Mar Mediterraneo, al delta del Nilo, circa 200 chilometri a nord del Cairo) trovò la città assediata dai Crociati. Con uno di quei gesti storici di cui era capace, cercò di dissuadere i suoi corregionali dal combattere, quindi si presentò spontaneamente davanti al sultano Malik-al-Kamil.


“Arrivati (S. Francesco e fra Illuminato) nell’accampamento dei Saraceni e introdotti alla presenza del Sultano, questi insisteva per capire se erano portatori du qualche messaggio oppure volevano farsi Saraceni. Risposero: ‘Noi siamo ambasciatriori del Signore nostro Gesu’ Cristo, e siamo venuti per salvare le anime, pronti a dimostrare con argomenti ifferutabili che nessuno può salvarsi se non con l’osservanza della legge cristiana’. E si dichiaravano disponibili a subire la morte per questa fede. Il Sultano, che era incline alla mitezza, li ascoltò con bontà. Poi convocò un’adunanza dei sacerdoti, dei periti della legge e di magnati del suo regno. Ma appena ebbe esposto il motivo di quella convocazione, uno di loro, a nome di tutti, rispose: ‘Molto imprudentemente ha agito colui che era tenuto di essere il difensore della nostra legge e doveva rispondere con la spada della vendetta contro gli avversari di essa, ed invece ha sopportato di concedere udienza a dei profanatori della legge, davanti a tante persone’.  E perciò lo scongiurarono, in forza della legge, a condannarli a morte”. E se ne andarono. (Fonti Francescane 2236)
Ma il Sultano disse ai cristiani: “Non sia mai ch’io condanni a morte voi che siete venuti per la mia vita”. Aggiunse che era disposto ad affidare a loro grandi possedimenti, se volevano rimanere con lui, e fece mettere davanti a loro lingotti d’oro e d’argento; ma essi rifiutarono tutto, protestando che erano venuti a cercare anime e non beni materiali. E, accompagnati da una scorta in nome del Sultano, poterono ritornare nell’accampamento cristiano. (Fonti Francescane 2237)

Commento di Padre Massimiliano Mizzi OFM Conv. di Assisi:
Qui vediamo che Francesco e’ andato dai Musulmani con mitezza e bontà e non con la spada dell’odio ma con rispetto come ad un fratello che gli vuole bene. E’andato con il messaggio dell’amore. Il Sultano l’ha capito subito questo. Ha capito che Francesco voleva solo il bene della sua anima non di soggiogarlo arrogantemente al cristianesimo. Il Sultano che, da parte sua ‘era incline alla mitezza’ l’ha capito subito e accettò di dialogare con Francesco e il loro dialogo era basato sul rispetto da tutte e due le parti che, nel dialogo, è una regola fondamentale .

Se Francesco fosse andato con l’arroganza dei Crociati, con l’odio e la vendetta, il Sultano l’avrebbe condannato a morte immediatamente secondo la legge coranica. Invece, contro il consiglio dei sacerdoti Musulmani e degli esperti della legge, l’ha ascoltato volentieri e voleva tenere Francesco con se e riempirlo di possedimenti, d’oro e d’argento.

Un’ altra cosa da notare è che Francesco era pronto a subire la morte piuttosto che usare violenza con il dissidente. Non ha nemmeno minacciato l’altro se non accettava la sua tesi ma ha rispettato la libertà di coscienza dell’altro, regola sacrosanta per chi vuole vivere in pace con l’avversario. 

lunedì 24 ottobre 2011

Le Clarisse sullo spirito d'assisi


Per metterci "in ascolto" di Dio...

 (Dal Colloquio Interiore di Suor Maria della Trinità,
clarissa di Gerusalemme e serva di Dio)




“Vorrei che ogni anima comprendesse che mi è cara in una maniera unica;
 – che ha il suo proprio posto nel mio Cuore che nessun’altra può occupare; che ha la sua missione propria che nessun’altra compirà come lei. Se si rifiuta, ciò che avrebbe potuto fare lei, non si farà. – Scrivilo.

Vorrei che ogni anima comprendesse che il mio amore onnipotente trasforma ciò che mi date, e ne trae delle meraviglie per l’eternità.
Ma se non mi date ciò che è lasciato alla vostra libera generosità, io, che posso creare dei mondi, non posso fare ciò che è stato affidato alla vostra iniziativa, se mi rifiutate la vostra collaborazione umana. Scrivilo.
Vorrei che ogni anima comprendesse quanto il proprio destino è grande e unico. Scrivilo.
Se ogni anima religiosa comprendesse che il mio amore ha bisogno di lei, che io l’attendo nell’ombra e nel silenzio dell’anima sua per vivere con lei una vita segreta tutta interiore, sarebbe felice pienamente.
...
Mi faccio così piccolo, sono così vicino a voi… ma non si vuol credere che la mia divinità si nasconde sotto le apparenze che scelgo; e mentre l’anima mi passa accanto senza vedermi, soffre del suo isolamento; cerca nelle creature le gioie di cui non può fare a meno e che le creature non possono darle pienamente. L’anima che mi ha trovato in sé, ha la sua pienezza e accoglie il mio Spirito; mi ascolta e non tende che ad ascoltarmi e a ricevermi. Allora tutto le diviene utile e utilizzabile, tutto le diviene prezioso, – tutto diviene per lei dono di Dio e vita.
Ah! se ogni anima lo capisse! Scrivilo”.
....
Scrivi però ciò che può essere utile ad altre anime per semplificare la loro pietà e insegnare loro ad attingere direttamente alla sorgente che sta in loro stesse, io in loro, con le mie esigenze e la mia prodigalità… Se esse mi comprendessero! quante anime utilizzerebbero meglio i loro sforzi e le capacità che hanno di amore e di generosità che restano latenti; esse le ignorano e non si sa risvegliarle in loro.

 La forza dell’abitudine ha spento il fuoco interiore delle mie parole.Vorrei che ogni anima comprendesse che ha il suo posto unico nel mio Cuore che l’aspetta; che il suo amore mi è necessario, e la sua collaborazione pure; – che mi è necessario vederla felice e perfetta, – perché l’ho amata fino a morire sulla croce per essa; – sì, per ogni anima.
Vorrei che ogni anima comprendesse che ha una ragione di vivere fuori di sé più grande di lei.. affinché la mia creazione si realizzi nella sua pienezza.
Vorrei che ogni anima nella chiarezza dell’ordine e nel silenzio scoprisse che io sono là nel cuore del suo cuore, aspettandola, pronto a conversare con lei.
Quando vedo che un’anima mi ascolta e che conserverà le mie parole, allora le parlo. Ciascun’anima se volesse…”.
“Sì, sii la mia piccola semente...
Lasciami fare. Ma che la tua obbedienza sia perfetta, come la semente abbandonata alla mia azione.
Tu sai che il chicco di grano deve morire per dare il suo frutto”

giovedì 20 ottobre 2011

22 Ottobre 2011: "Pellegrini della Pace”










Per le strade di Firenze si farà una Marcia silenziosa che partirà alle 16.30 da Monte alle Croci e che poi toccherà la Chiesa San Nicolò, attraverso il Ponte alle Grazie per arrivare quindi a Santa Croce, dove ci sarà una Veglia di preghiera organizzata dai laici francescani di Firenze cui seguirà un sobrio pasto il cui ricavato andrà a favore dell’Associazione Rondine, Cittadella della Pace.

Siete tutti invitati!!!


www.spiritoassisi.it


martedì 4 ottobre 2011

Prometti a te stesso...

Un piccolo pensiero, una poesia, per iniziare con il giusto Spirito il nuovo anno fraterno...
che l'esempio e la luce del nostro Serafico Padre ci orienti sempre,
buona festa di San Francesco d'Assisi a tutti!!


Prometti a te stesso...


Prometti a te stesso di essere così forte
che nulla potrà disturbare
la serenità della tua mente.


Prometti a te stesso di parlare di bontà,
bellezza, amore ad ogni persona che incontri;
di far sentire a tutti i tuoi amici
che c'è qualcosa di grande il loro;
di guardare al lato bello di ogni cosa
e di lottare perché il tuo ottimismo diventi realtà.


Prometti a te stesso di pensare solo al meglio, di lavorare solo per il meglio;
di essere entusiasta del successo degli altri
come lo sei del tuo.


Prometti a te stesso di dimenticare gli errori del passato
per guardare a quanto di grande puoi fare in futuro;
di essere sereno in ogni circostanza
e di regalare un sorriso ad ogni creatura che incontri;
di dedicare così tanto tempo a migliorare il tuo carattere
da non avere tempo per criticare gli altri.


Prometti a te stesso
di essere troppo nobile per l’ira,
troppo forte per la paura,
troppo felice per lasciarti vincere dal dolore.

                                   Christian L. Larson



lunedì 26 settembre 2011

L'AMORE FRATERNO - Don Divo Barsotti

Venezia (28-29 marzo 1958)

Di fatto, l'uomo, se si ferma in se stesso, come può parlare di Dio? 

Se vuole avere come prova dell'azione divina quello che egli sente o vede o gusta nell'intimo, come può essere certo di un'azione divina? L'origine divina vuol dire risalire a un principio che non è in noi, ma fuori di noi. Non può essere mai criterio di assoluta certezza di operazione divina quello che l'anima prova in se stessa; nessuna gioia che l'anima prova in sé può esser segno, nessuna pace o dilatazione interiore, nulla di quello che l'anima vive in se stessa, perché fintanto che l'anima vive in sé non tocca Dio - l'anima deve uscire da sé per incontrarsi con Colui che veramente essa non può comprendere né abbracciare, per arrivare a Colui che sempre la trascende. Dio che è principio di operazioni nell'anima è un principio però che è al di fuori dell'anima stessa. Si può dire, sì, che Dio è un principio più intimo a noi di noi stessi, ma di un'intimità che lascia immutata la sua trascendenza, lascia immutato cioè il balzo necessario fra la creatura e il Creatore: fra la creatura e il Creatore rimane un abisso.

Uno è il segno fondamentale e più certo dell'azione dello Spirito nell'anima nostra, e senza questo tutti gli altri segni non possono darci certezza, dare garanzia all'anima di una origine divina.
Qual è questo segno?


È l'amore per il prossimo.



La carità cristiana, sia che si diriga verso il prossimo, sia che si diriga verso un figlio, rimane sempre vita di Dio nell'anima, una manifestazione, una prova di una nostra partecipazione alla vita di Dio, perché Dio è l'Amore; e se amiamo di questo amore soprannaturale, è Dio che ama in noi.
Molto spesso si dice di amare il prossimo per Iddio. Ora, molti laici non accettano questo amore. La ripugnanza che provano i laici e i laicisti per la carità cristiana è giusta? È giusta perché noi presentiamo la carità verso il prossimo in un modo che non è cristiano. Noi dobbiamo servirci delle cose per giungere a Dio, tutte le creature sono mezzo all'unione, sono mezzo al raggiungimento di Dio, ma il prossimo non è un mezzo, non lo è nemmeno nei riguardi di Dio. Nella vita futura non soltanto ameremo Dio, il nostro rapporto con Lui non sarà un rapporto così personale da essere anche segreto; ma in questa vita noi realizzeremo la nostra unione con Dio nella misura che realizzeremo l'unione con tutta la Chiesa. La vita futura si presenta nel dogma cattolico sotto il segno della Chiesa trionfante.
Questo ci dice che il prossimo,anche nella carità, non è un mezzo per raggiungere Dio, rimane un fine. Io amo ciascuno unicamente per quello che ciascuno è: per quello che ciascuno dovrebbe essere fintanto che viviamo quaggiù sulla terra, per quello che ciascuno è quando saremo giunti nel Cielo. Poiché devo amare ciascuno per quello che deve essere, non posso fare differenza nell'amore, perché ciascuno di noi è chiamato all'unione divina e a trasformarsi nel Cristo. Anche se uno è cattivo, anche se uno è non soltanto fuori dalla Chiesa, ma contro la Chiesa, io debbo amarlo ugualmente, perché fintanto vive quaggiù può venire anche per lui la conversione e la salvezza, devo vedere che Cristo è morto per redimerlo, per salvarlo, devo vedere che Cristo lo vuole salvo.
L'amore del nostro prossimo ha dunque un valore di fine. Le virtù morali (la purezza, l'obbedienza, l'umiltà) sono sempre un mezzo: noi siamo obbedienti, siamo umili, siamo casti unicamente perché queste virtù sono condizione alla vita divina, al possesso di Dio. L'amore del prossimo, invece, ha ragione di fine: io lo amo perché lo amo, non pretendo nulla, non pretendo che il prossimo debba servire a me, ma mi dono totalmente a ciascuno dei miei fratelli.
Ora, ecco quello che importa quando si parla di amore del prossimo: dobbiamo considerare non soltanto che questo amore ha carattere di fine, devo considerare l'oggetto di questo amore e anche le proprietà di questo amore che, oltre che avere ragione di fine, esige dall'uomo il dono totale.
Quando una cosa è mezzo può servirmi soltanto nella misura che mi serve: io non posso portare, per esempio, la purezza troppo oltre, per non nuocere ai rapporti col prossimo - se io per voler essere fedele alla castità, alla purezza, volessi rompere qualunque mio rapporto con i fratelli, praticamente non sarei più virtuoso, la mia purezza sarebbe contro la carità, mi allontanerebbe da Dio. È sempre un difetto se si amano queste virtù eccessivamente, sì che non siamo più mezzo per l'amore, ma un ostacolo alla carità, come può essere una purezza che irrigidisce, che raffredda i rapporti.
In questa materia ci sono delle concezioni molto sbagliate fra i cristiani: è difetto , come mancare alla purezza, così il volerla perseguire a dispetto della carità. In tanti sacerdoti, in tante suore, proprio per un culto della verginità, c'è un disprezzo del matrimonio, del rapporto dell'uomo con la donna - quante volte l'ho sentito io da anime religiose! Non è cristiano un culto della purezza che venga a misconoscere la grandezza e la dignità del Sacramento del Matrimonio; così un'umiltà che porti alla servilità nei rapporti verso gli altri non è Cristianesimo.
Il cristiano rimane cristiano, riamane figlio di Dio, umile sì, ma anche consapevole della propria grandezza. Le virtù morali sono mezzo; essendo mezzo io debbo usarne nella misura che queste virtù contribuiscono ad alimentare in me l'amore. Solo la fede, la speranza e la carità non conoscono mai un eccesso - ci può essere un eccesso nella credulità, non nella fede. Credulità vuol dire credere tante cose; fede vuol dire credere soltanto nella parola di Dio. Quando tu credi alla parola di Dio mai la tua fede può essere troppa. È Dio che ti parla, di fronte a Lui mai tu puoi avere dei diritti di indipendenza.
Così è per quello che riguarda la speranza. Mai tu puoi avere ragione di dubitare della divina parola; puoi dubitare di te, dubitare di meritare l'adempimento di queste promesse, non della fedeltà di Dio alla parola che Egli ha dato. La tua speranza può essere sempre più certa, sempre più viva, sempre più profonda.
Ma la proprietà dell'amore per il prossimo è questa: è virtù teologale, non è virtù morale, non ci sono limiti all'amore del prossimo. Di fatto, l'amore del prossimo può conoscere soltanto una misura, quella della nostra morte. Tu puoi dire di aver adempiuto la legge cristiana quando sei morto per l'ultimo brigante che esiste quaggiù sulla terra, quando hai dato tutto al tuo prossimo, anche il più lontano. Nel Cristianesimo tu non ami gli altri in forza dei loro meriti, in forza della loro dignità, delle loro virtù, ma in quanto una vocazione divina che è universale chiama tutti e ciascuno alla salvezza. Perciò il tuo amore non ha limiti; non soltanto non può aver limiti riguardo alle persone - deve rivolgersi a tutti - ma non può avere nemmeno misura da parte tua; cioè, essendo esso una virtù teologale, tu devi essere disposto a donare tutto, e non soltanto quello che hai, ma anche il tuo corpo, impegnare la tua stessa anima.
L'amore del prossimo raggiunge la sua manifestazione più alta (non parlo di Cristo, ma dei santi) nella preghiera di Mosè e nelle preghiera di Paolo: "Desideravo essere io anatema per i miei fratelli" - "O salva il mio popolo o cancella anche me dal libro della vita". L'amore del prossimo giunge anche a questo: a compromettere in qualche modo, naturalmente per amore ( e allora l'amore non comprometterà nulla perché l'amore ti salva), almeno per la nostra esperienza umana, la nostra stessa salvezza eterna, cioè la nostra anima per la salvezza degli altri. Come si diceva questo atto è assurdo, perché se tu lo fai per amore non comprometti nulla, anzi è proprio quell'amore che manifesta che Dio vive in te, perché proprio in questa preghiera di Paolo si manifesta che vive il lui Cristo Signore e tutto il Paradiso vive nel suo cuore - invece di condannarlo queste parole lo fanno entrare diritto in Cielo, perché è l'amore puro, l'amore perfetto che in queste parole si manifesta.
Paolo non le dice per scherzo: tanto ama che sarebbe disposto a sacrificare la sua felicità personale anche eterna per la felicità del popolo suo. Non si può sentire diviso da quelli che ama.
Qui le esigenze dell'amore del prossimo si manifestano certo estreme: dare tutto, ecco quello che importa l'amore del prossimo. È amore teologale. Tu puoi crescere giorno per giorno nell'amore del prossimo senza mai temere di andare oltre il giusto - non c'è giusto, qui, non c'è un limite di giustizia: l'amore vince la giustizia, super qualunque limite. Non puoi amare troppo.
Certo questo amore non è eros, non è desiderio: si ama anche fra gli uomini, ma l'amore umano è desiderio, è amore di concupiscenza, si ama sempre con qualche intento egoistico, si ama sempre per noi. Amore umano vuol dire attrarre a sé gli altri, anche nella propria famiglia, sentirsi bene con questi; si ama perché c'è negli altri qualche cosa che richiama il nostro amore: perché sono belli, ricchi, colti - si ama per qualche cosa, per trarre un beneficio da questo amore.
Non così è l'amore teologale. L'amore teologale è quell'amore di Dio che è agàpe, cioè amore non soltanto universale, ma preveniente e gratuito, perché è un amore che non conosce un motivo, ma previene qualsiasi motivo. È l'amore di Dio che ci ha amato quando ancora non eravamo. Perché ci ha amato, ci ha creato - ci ha amati dunque prima che fossimo. Non poteva amare in me nulla che potesse attrarre il suo amore: non ero ancora. Amore preveniente contro anche un Nietzsche, il quale dice che l'amore cristiano per il prossimo è in fondo amore di risentimento, è la reazione del debole di fronte al forte. I forti, i violenti opprimono - il cristiano che non ha la forza, che è un povero schiavo, in che modo reagisce alle sferzate, alle persecuzioni? Con l'amore. Ma è un modo di reagire, dice Nietzche. Non è invece un modo di reagire perché chi ama, nel Cristianesimo, ama prima ancora di essere perseguitato, prima di essere amato. Io non amo perché sono amato o perché sono odiato - amo precedentemente a tutto, il mio amore non è una reazione né una risposta. Quando si ama Dio è sempre una risposta, perché Dio ci ha amati per primo, come dice San Giovanni. Quando amiamo cristianamente il prossimo non amiamo mai in risposta di quello che riceviamo da lui, né lo amiamo perché siamo odiati o perché siamo amati: lo amiamo come noi stessi, senza misura, perché se il mio amore è teologale non metto una misura al mio amore per il prossimo, lo amo sempre per nulla, senza pretendere nulla. Non è un trarre a me gli altri, è un donarmi a loro. Come l'amore di Dio: agàpe, dono di sé. Chi è il nostro prossimo? Tutti gli uomini senza distinzioni, perché tutti gli uomini Dio vuole salvi.
L'amore fraterno non è davvero qualcosa di diverso dall'amore del prossimo: è sempre questo amore teologale, ha certo sempre i medesimi caratteri. Ma ha anche qualcosa di diverso.
L'amore del prossimo di per sé non intende la risposta, la reciprocità dell'amore. Io posso e debbo amare anche il più grande farabutto - compromettere anche la mia stessa salvezza eterna, donare tutte le mie cose, il mio corpo, la fatica, compromettere la mia stima... ma non è detto che questo mio amore sia corrisposto, può darsi anche che io ottenga come risultato di essere perseguitato o anche ucciso. Non c'è davvero amore reciproco qui. Ma nella Chiesa l'amore del prossimo esige l'amore reciproco, perché non soltanto sono io cristiano che amo, ma amo un cristiano il quale deve amarmi. L'amore diviene reciproco. Il pericolo dell'amore reciproco è che esso diventi naturale ed umano, che si ami cioè nella misura che siamo amati. Che l'amore venga corrisposto è un fatto naturale, necessario direi nella Chiesa e nella comunità religiosa, ma bisogna sempre stare attenti a mantenere la piena purezza dell'amore.

Voi dovete amarvi fra di voi, ma non dovete pretendere nello stesso tempo di essere amati - dovete essere amati senza pretenderlo, non amare in forza della risposta degli altri, non amare gli altri in forza dell'amore che ottenete. Voi dovete certo ottenere, eppure non avete da chiedere, non potete esigere, perché nel medesimo istante che voi esigete una risposta, il vostro amore cessa di essere gratuito, cessa   di essere l'amore di Dio che vive nei vostri cuori.
L'amore reciproco ha un suo esempio, direi una sua causa esemplare nell'amore delle divine Persone. La carità cristiana non è altro che la partecipazione nostra alla vita di Dio. Ora, nell'amore del prossimo, l'uomo vive l'amore di Dio per tutte quante le creature. Per questo il nostro amore si rivolge a tutti, anche ai cattivi. Però, Dio è causa esemplare del nostro amore, più ancora che nel fatto che Egli ami gli uomini, nel fatto che Egli ama Se stesso. La causa esemplare dell'amore soprannaturale io la vedo, certo, nel fatto che Dio ci ama, ma prima ancora nell'amore onde Egli si ama. È in questo amore onde Egli si ama che io devo vedere le ragioni, la grandezza, il modo di amare.

Come Dio si ama?
Qual è la vita delle divine Persone? È il dono totale, eterno di Sé da parte di ogni Persona divina all'altra Persona correlativa, in tal modo che il Padre dona tutto Se stesso al Figlio, il Figlio dona tutto Se stesso al Padre. Il Padre in Sé è come non fosse, il Figlio in Sé è come non fosse, perché è tutto per l'altra Persona correlativa, nulla mantiene per Sé. Quello che manterrebbe per Sé non sarebbe più Dio, perché ogni Persona divina è pura relazione di amore. Avanti di essere Figlio il Figlio non è, avanti di essere Padre il Padre non è.
Ciascuno di noi nell'amore fraterno dovrebbe vivere l'amore stesso di Dio, dono totale di sé all'altra persona, e questo vuol dire donare agli altri tutto quello che abbiamo, beni tempo, capacità, lavoro, comprensione, affetto, stima..., tutto, senza limiti. In tanto si vive (perché la vita del cristiano è amore) in quanto effettivamente ci si dona, in quanto ciascuno di noi vive il suo rapporto di amore con l'altro fratello in un dono totale di sé. È un impegno grande che spaventa.
Nella misura che siamo nella Chiesa, dobbiamo vivere questo amore, che è l'amore trinitario: vivere l'amore stesso di Dio in un dono continuo di sé al proprio fratello, in un dono però che è anche un continuo ricevere.
C'è una certa carità paternalistica per la quale noi si vuole tutto donare, ma nulla ricevere: giustamente il mondo oggi reagisce contro questa concezione della carità. Della carità cristiana, a volte, noi diamo un esempio molto sbagliato, diamo l'esempio della carità come beneficenza. La carità invece se importa questo dare, importa anche questo ricevere. Giustamente il popolo sente la necessità che il ricco rispetti la dignità del povero; la dignità del lavoro, di quello che il povero può dare in modo che tanto l'uno che l'altro sentano nello stesso tempo e di donare e anche di ricevere e sentire che quello che riceve dall'altra parte non è meno di quello che dona.
Il Padre dona tutto Se stesso al Figlio, ma il Figlio dona tutto Se stesso al Padre, e il dono è identico, è uno. Così fra noi. Se io do quello che posseggo, per esempio questi discorsi..., devo sentire che il vostro dono - la vostra attenzione, la vostra comprensione - è altrettanto grande, grande come quello che vi do io. Se io faccio del paternalismo e credo di essere io soltanto a donare e non voglio ricevere nulla da voi, non vivo il vero amore fraterno, non agisco da cristiano.
Siamo tutti sul medesimo piano: è un donare ed è un ricevere. Dare totalmente, dare tutto quello che abbiamo, tutto quello che siamo. Uno può dare la sua povertà, che è un dono grande come la ricchezza di un altro; uno può dare la sua semplicità, che è un dono grande come la cultura di un altro. Si è sul medesimo piano. Il Figlio non è inferiore al Padre, né il Padre al Figlio.

Noi siamo fratelli.

lunedì 29 agosto 2011

Festival Francescano 2011: Francesco d'Italia


FESTIVAL FRANCESCANO 2011: FRANCESCO D’ITALIA
Nella città del tricolore, Reggio Emilia, il 23, 24 e 25 settembre si festeggia “il più santo degli italiani”: Francesco d’Assisi. Ricco di originali sorprese il programma con più di 60 appuntamenti

Il modo più originale per festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia? Il Festival Francescano che si terrà a Reggio Emilia, città dove è nato il tricolore, il 23, 24 e 25 settembre 2011. San Francesco è Patrono d’Italia e, come disse Giovanni Paolo II: “difficilmente si potrebbe trovare un’altra figura che incarni in sé in modo altrettanto ricco e armonioso le caratteristiche proprie del genio italico”.

La terza edizione di Festival Francescano, promossa e organizzata dal Movimento Francescano dell’Emilia-Romagna, declina attraverso conferenze, spettacoli e attività per bambini il modo in cui il francescanesimo ha contribuito a costruire i valori di riferimento della cultura italiana. La formula dell’evento, che lo scorso anno ha registrato 25.000 presenze, è simile a quella degli altri Festival, mentre la sua declinazione unica riesce a intercettare un bisogno di spiritualità sempre più presente nella società contemporanea.

Il messaggio di fraternità, servizio e dialogo sarà testimoniato da grandi protagonisti della società civile italiana come Ernesto Olivero, più volte candidato al Nobel per la Pace e Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. Hanno colto l’invito del Festival anche personalità della politica come Romano Prodi, già presidente del Consiglio e Giuseppe Pisanu, già ministro dell’Interno. Non mancheranno rappresentanti del mondo accademico come Alberto Melloni, massimo esperto del Concilio Vaticano II; Valerio Onida, Presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti e la psicologa Maria Rita Parsi, recentemente insignita del Premio nazionale “Paolo Borsellino” per l’impegno sociale e civile. Ospiti anche grandi giornalisti e scrittori come Armando Massarenti, responsabile della pagina “Scienza e filosofia” dell’inserto domenicale de “Il Sole 24 Ore” ed Enrico Brizzi, autore del famosissimo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. Brizzi porterà a Reggio Emilia il progetto “Italica 150”: un romanzo, una mostra fotografica e contributi audio-video frutto dei 2.100 Km percorsi a piedi per rispondere alla domanda “chi sono oggi gli italiani?”.

La musica di Giovanni Allevi, definito il Mozart del 2000, farà da colonna sonora alla manifestazione, mentre il teatro italiano più famoso al mondo, quello del Premio Nobel Dario Fo, sarà interpretato da Mario Pirovano con “Lu santo jullàre Françesco”: una fabulazione sulla vita del santo che prende spunto da testi canonici e da favole popolari. Per il “giullare Francesco” non potevano poi mancare le canzoni piene di vita di Niccolò Fabi e, per i più piccoli, del mitico “Piccolo Coro Mariele Ventre dell’Antoniano”.
Tra frati che fanno magie e simpatici clown, anche i bambini avranno tante occasioni di divertimento. Ma sono le attività didattiche il fiore all’occhiello del Festival, che quest’anno ospita anche un esperimento di teatro che educa alla memoria attiva firmato dalla Scuola di Pace di Monte Sole e dalla compagnia teatrale Archivio Zeta.

La grande arte sacra sarà presente al Festival grazie alla Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla che allestirà una mostra su Guido Reni (1575-1642), mentre una preziosa reliquiadi San Francesco, un lembo del saio insanguinato dalle stigmate, verrà straordinariamente spostato dal Santuario de La Verna a Reggio Emilia.

Il Festival Francescano è organizzato in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia. Patrocini: Regione Emilia-Romagna, Assessorato alla Cultura e Assemblea Legislativa; Provincia di Reggio Emilia.

Il programma completo su: www.festivalfrancescano.it,

martedì 23 agosto 2011

JMJ Madrid!


da gifratoscana.org

Il Signore vi dia pace!

Quale saluto migliore per cominciare a raccontarvi l'esperienza che abbiamo vissuto nei giorni scorsi come gifrini d'Italia prima ma sopratutto Toscani. Più che una cronaca di cosa è successo e di cosa abbiamo fatto-visitato mi piacerebbe raccontare e anche condividere le emozioni a caldo, senza ragionarci troppo sopra. Se dovessi riassumere l'intera GMG in poche parole sicuramente sceglierei queste:incontro, abbraccio e sorriso. Questo perché da ex-gifrino minore mi sono ritrovato ad affrontare la partenza per questo splendido viaggio con una grande voglia, quella di conoscere in primis l'esperienza cristiana e francescana degli ex-gifrini cappuccini e oggi, ora posso dire con sincerità di cuore e di spirito che sento molto più di 10 giorni fa questa unità "dietro Cristo povero e crocifisso". Per me è stato davvero con tutti voi un incontro, un incontro vero.. quello che non si ferma al "come ti chiami" ma quello che legge dentro lo sguardo dell'altro la stessa esperienza di Dio.

A Torino, durante il gifraevento abbiamo visitato e ascoltato delle stupende testimonianze sia al Cottolengo che al Sermig, l'arsenale della Pace. L'esperienza di Ernesto Oliviero non può non aver toccato il profondo del cuore di ognuno di noi e voglio in questa sede rinnovare l'invito che lui stesso ci ha fatto ad abbandonarci al Signore perchè proprio come lui stesso ci ha detto abbandonarsi significa diventare come una vela, lasciarsi in balia del vento; ma quel vento non è un vento qualsiasi, è Dio, è un vento che sa come e dove soffiare e che ci conduce alla nostra intima felicità. Per non dilungarmi troppo vorrei condividere con voi soltanto le cose che veramente mi hanno segnato perchè come ci insegna la saggezza dei nostri fratelli ortodossi "un buon discorso è d'argento, ma un buon discorso breve è d'oro!". La catechesi madrilena di mons. Bruno Forte è stata biblicamente parlando davveroterribile: il tema di quel giorno è stato "saldi nella fede" e personalmente ho sentito uscire dalla bocca di questo vescovo tante tante parole che possono uscire soltanto da un uomo di Dio, un uomo che ha appunto incontrato il Signore Gesù. A tal proposito vorrei lanciarvi nuovamente una provocazione per fermarsi un attimo a riflettere invece di riprendere subito il tran tran del mondo che ci riempie a tal punto da farci smettere di pensare: Barth ha detto che il nostro Dio è un Dio che ha tempo per l'uomo e il vescovo Bruno ci ha regalato questa perla della saggezza araba che dice così: "se c'è una formica nera su una pietra nera in una notte oscura Dio la vede e la ama". Sempre riguardo la fede ci ha ricordato che il credente è un povero ateo che ogni giorno si sforza di credere in Dio, e allora sforziamoci no? :P

Concludo regalandovi qualche riga sugli ultimi due giorni a Cuatro Vientos con il papa... pensare che 2 milioni di giovani (e meno giovani!) da tutto il mondo si sono riuniti per lo stesso motivo mi fa venire la pelle d'oca, tutti sotto quella croce, tutti per Lui,tutti rimasti a prendere litri e litri d'acqua e invece di demoralizzarsi ci hanno riso sopra. Ecco quel sorriso, il nostro sorriso.

Il papa ci invita a farci testimoni di Cristo con la vita, anche dove c'è ateismo e indifferenza, a scuola, a lavoro e in ogni ambiente in cui siamo chiamati a vivere e se è vero come ci ha detto Oliviero che NOI siamo la generazione di questo papa non possiamo lasciarci scivolare addosso queste parole! Non possiamo lasciarle al vento.. dobbiamo farle nostre!

L'esperienza è giunta al termine, ma voi tutti sapete che ogni fine significa un nuovo inizio vero? Allora buon inizio a tutti voi! vi saluto augurandovi che sia l'inizio di una storia d'amore..

uno stritolante abbraccio

ricca

venerdì 5 agosto 2011

Chiara: impronta della Madre di Dio


Agosto è appena iniziato e noi già abbiamo un appuntamento importante su cui fissare il nostro sguardo: giovedi 11, la nascita al cielo di Chiara d'Assisi.
Già dal 21 maggio di quest'anno la vicina città di Cortona si è rivestita di francescanesimo inaugurando 5 mesi di festeggiamenti per gli 800 anni del passaggio di san Francesco, che nel 1211 andò lì, in piazza, a predicare il Vangelo.

E stavolta è il turno di Chiara!

Anche per la "pianticella" questo 2011 porta grandi festeggiamenti, in particolare ricorrono gli 800 anni della sua consacrazione, quando appunto lei, diciottenne, nella notte della domenica delle Palme del 1211 fuggendo dalla sua ricca casa paterna, lascia tutto e segue Cristo, adottando la forma di vita di Francesco. Si consacra presso la Porziuncola, il Serafico le taglia i capelli e le dona l'abito penitenziale.

Ci sembrava quindi una buona idea proporre a tutti i lettori del nostro blog questo articolo di Sr Nella Letizia per il ciclo di articoli "Chiara d'Assisi: 800 anni della consacrazione", suggeritoci da Monica Cardarelli (www.laperfettaletizia.com).Buona lettura!

«Come la gloriosa Vergine delle vergini portò Cristo materialmente, così anche tu, seguendo le sue orme, specialmente quelle di umiltà e povertà, senza alcun dubbio lo puoi sempre portare spiritualmente nel tuo corpo casto e verginale, contenendo colui dal quale tu e tutte le cose sono contenute, possedendo ciò che si possiede più saldamente rispetto agli altri possessi transitori di questo mondo» (FF 2893)

Il 2 agosto, festa di S. Maria degli Angeli alla Porziuncola, segna l'inizio della novena di S. Chiara: una coincidenza significativa che rimanda al forte legame esistente tra la Vergine degli Angeli e la santa assisiate, la cui vocazione nacque proprio in quel luogo a lei dedicato tanto caro a Francesco, come ci ricorda il suo biografo: «Non era opportuno che l’Ordine della verginità, suscitato alla sera dei tempi, fiorisse in altro luogo che non fosse quella cappella dedicata a colei che, prima fra tutte e fra tutte la più degna, sola fu madre e vergine» (FF 3171). Non solo la vocazione, ma tutta la vita di Chiara si svolse sotto l’egida di Maria, tanto che, se di Francesco si dice che fu l’alter Christus, Chiara è definita l’altera Maria, conformità che è sottolineata dallo stesso Francesco che attribuisce ad entrambe l'appellativo «sposa dello Spirito Santo» (FF 281, 2788).

Il suo amore per la Vergine emerse in modo particolare nei 40 anni trascorsi a San Damiano e fu testimoniato durante il Processo di canonizzazione dalle Sorelle che vissero con lei, che unanimemente la accostarono alla Madre di Gesù, per l’esemplarità di vita e le virtù di cui abbondava. Suor Cristiana de Messere Cristiano de Parisse disse di Chiara che «tutto quello de santità che se pò dire de alcuna santa donna dopo la Vergine Maria, in verità se possa dire de lei» (FF 3020); e suor Balvina de Messere Martino da Coccorano e suor Benvenuta de Madonna Diambra de Assisi affermarono che «da la Vergine Maria in qua, niuna donna fusse de maggiore merito che essa madonna (Chiara)» (FF 3051 e 3084).

Due in particolare sono gli aspetti della Vergine Maria che maggiormente influenzarono la sua via di conformazione a Cristo: la povertà e la maternità spirituale. Chiara desiderò imitare Maria nella povertà, per seguire e fare proprio l’esempio di Francesco, che le aveva espressamente scritto: «Io, frate Francesco piccolino, voglio seguire la vita e la povertà dell'altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre, e perseverare in essa sino alla fine. E prego voi, mie signore e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà» (FF 2790). Chiara abbracciò con gioia e fermezza "madonna povertade", perché rappresentava l’esperienza di spogliamento vissuta dal Signore nell’incarnazione, ed esortava le sorelle a fare altrettanto, per «conformarsi nel loro piccolo nido di povertà a Cristo povero, che la Madre poverella depose piccolino in un angusto presepio» (FF 3185). La contemplazione della scena di Betlemme, accanto a quella dell’umiliazione della Croce, fu sempre davanti ai suoi occhi e fu alla base della scelta radicale di non possedere beni, scelta che le fece chiedere al Papa il privilegio della povertà per lasciare il cuore libero di amare totalmente Cristo, come fece la sua santissima Madre.

Chiara, poverella di Cristo, non rimase però povera di frutti, perché visse la sua verginità come condizione per una più ampia fecondità umana e spirituale, testimoniando che la consacrazione non è sterilità, anzi, è occasione per vivere in sé, come Maria, il mistero della nascita del Signore. «È ormai chiaro che per la grazia di Dio la più degna tra le creature, l’anima dell'uomo fedele, è più grande del cielo, poiché i cieli con tutte le altre creature non possono contenere il creatore, mentre la sola anima fedele è sua dimora e sede» (FF 2892).La maternità spirituale di Chiara fu anche un’esperienza umana concreta, che si esplicò nel "generare" e "nutrire" nella fede le tante sorelle che scelsero di vivere la sua stessa forma di vita e alle quali si dedicò con la generosità e la premura di una madre. Racconta la Leggenda che «questa venerabile abbadessa non soltanto amò le anime delle sue figlie, ma anche servì i loro fragili corpi con una grande attenzione di carità. Infatti spesso, durante il freddo della notte, copriva di propria mano quelle che dormivano ed ebbe riguardo per le invalide, che vedeva incapaci di conservare l’austerità comune, volendo che fossero contente di un regime di vita più moderato. Se qualcuna era turbata da una tentazione, se qualcun’altra, come può accadere, era presa da una mestizia, in segreto, chiamatele a sé, con lacrime le consolava. Talvolta si metteva ai piedi delle sofferenti per alleviare con carezze materne la forza del dolore » (FF3233).La sua maternità non è poi cessata con la morte, anzi ha "gemmato" lungo questi 8 secoli migliaia di donne di tutte le età, razze e culture, che ancora oggi nei monasteri sparsi nei cinque continenti incarnano il carisma di Chiara e del suo "piantatore" Francesco nella sequela del Cristo povero e crocifisso per essere «specchio ed esempio a quanti vivono nel mondo» (FF 2829) della tenerezza e della provvidenza del Padre delle misericordie. E da buona madre Chiara continua a benedire tutti «con tutte le benedizioni con le quali il Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, e con le quali un padre e una madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali» (FF 2856).

martedì 7 giugno 2011

referendum 12-13 giugno 2011

[Pubblico sul nostro blog parte della lettera inviataci dal consiglio nazionale e rivolta a tutti i gifrini]

Perché riteniamo importante che la Gifra prenda una posizione, e a favore di cosa?
La risposta la troviamo nella “seconda lettera di San Giacomo (14, 26)”: La fede senza le opere è morta. “Che giova fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo che giova? Così anche la fede: se non ha le opere è morta in se stessa”.
E anche il Papa grida a gran voce “Cristiani, fate politica sulle orme del Vangelo”. “Fedeli laici, giovani e famiglie – dice Ratzinger – non abbiate paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana”. Quindi continua osservando “si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di moda la vocazione dei Cristiani a vivere il vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo
con i tempi. Ecco l’impegno sociale, ecco il servizio proprio dell’azione politica, ecco lo sviluppo umano integrale”. “Cari fratelli e sorelle – aggiunge ancora il Pontefice – quando il cuore si smarrisce nel deserto della vita, non abbiate paura, affidatevi a Cristo, il primogenito dell’umanità nuova: una famiglia di fratelli costruita nella libertà e nella giustizia, nella
verità e nella carità dei figli di Dio”.
Lo Statuto della Gioventù Francescana (Il Nostro Volto) contempla all’art. 6/m, in riferimento alla norma di vita dei giovani francescani, “…siano presenti con la testimonianza della propria vita umana ed anche con iniziative coraggiose, tanto individuali che comunitarie, nella promozione della giustizia ed in particolare nel campo della vita pubblica, impegnandosi in scelte concrete e coerenti alla loro fede”.

Considerando quanto sopra riportato, la riflessione fatta dall’intera Gioventù Francescana d’Italia, attraverso i propri responsabili a diverso titolo e livello, si concretizza nell’affermare che ciascun Giovane Francescano ha il dovere di uscire dalle quattro mura della propria “saletta”, e difendere il proprio credo attraverso un’iniziativa “comunitaria e coraggiosa”, scegliendo, quindi, di dire “SI”, non ad una semplice ideologia, né tantomeno (cosa estremamente fondamentale e da sottolineare non una ma infinite volte) ad un partito, ma “SI” alla VITA.
-Privatizzare l’acqua vuol dire dare la morte a migliaia di persone, perciò vogliamo dire di “SI” affinché questo non continui ad accadere.
-Impiantare nuove centrali nucleari significherà dare la morte al nostro pianeta che ci è stato dato in prestito affinché lo “custodissimo” (Dal libro della Genesi), nonché all’uomo in caso di catastrofi, per questo vogliamo esprimere il nostro “SI” affinché questo possa non verificarsi.
-Vogliamo, infine esprimere il nostro “SI” affinché non venga permesso a nessun uomo, chiunque esso sia, di avere privilegi nei confronti di altri e dare la morte all’uguaglianza di fronte a Dio e alla legge degli uomini.
Naturalmente, è giusto evidenziare che votare “SI” non rappresenta certamente la soluzione alla
miglioria di quanto viviamo, ma è sicuramente un passo importante per poter raggiungere questo
scopo.

In merito ai quattro quesiti referendari invitiamo fortemente ciascun Giovane Francescano:
- Ad INFORMARSI, innanzitutto, sulla prossima consultazione referendaria, attraverso il nostro sito internet www.gifra.org e tutti gli altri strumenti informativi che saranno ritenuti opportuni, al fine di far accrescere in noi un senso critico nei confronti di ciò che viviamo, perché solo così è possibile “operare cambiamento”!
- A DARE SENSO ALLA RESPONSABILITA’ che come cittadini italiani abbiamo nei confronti del nostro Paese e quindi andare a votare;
- A DARE SENSO ALLA RESPONSABILITA’ che come Cristiani prima e Giovani Francescani poi abbiamo nei confronti della nostra VITA, del BENE che viviamo in COMUNE con chiunque condivide con noi il cammino della nostra vita.
Inoltre, invitiamo ciascuna Fraternità Locale ad organizzare nel proprio contesto territoriale di appartenenza iniziative atte a far CONOSCERE i contenuti dei quesiti referendari e, di conseguenza, far maturare dentro ciascuno la presa di coscienza di ciò che siamo e della responsabilità che siamo chiamati ad esprimere, senza lasciarci strumentalizzare dai
partiti, dalle diverse correnti politiche, ma collaborando con spirito di comunione fraterna con tutti gruppi cattolici che hanno iniziato un’opera di sensibilizzazione atta a far emergere quel senso di responsabilità nei confronti della VITA e del BENE COMUNE che deve necessariamente caratterizzarci alla luce della scelta di vita che abbiamo scelto di intraprendere nella nostra giovinezza. Siamo fermamente convinti che la Gioventù Francescana deve tramutare in opere concrete la propria fede, affinché ciascuno di noi possa essere credibile prima di tutto nei confronti di se stesso, nei confronti di chi ci vive intorno e intreccia la propria vita con la nostra, e soprattutto nei confronti di Chi ci da la possibilità di essere espressione del Suo amore ogni giorno.

Questo significa "fare politica alla luce del Vangelo", che non è aderire ad un partito o ad un piano politico specifico, bensì "infiammare d'amore", da brave "sentinelle del mattino", la vita che ci è stata donata e che va rispettata nella sua completa interezza.
La Gioventù Francescana resta ciò che è sempre stata: un movimento apartitico, che non si schiera politicamente, ma che sceglie di abbracciare in pieno ciò che promuove e tutela la VITA nel rispetto del BENE COMUNE.

Come sempre e più che mai
con tutto l'amore che posso
A nome dell'intera Fraternità Nazionale Gifra d'Italia
Alfonso Filippone
Presidente Nazionale della Gioventù Francescana d'Italia